SAF in Italia

In Italia la produzione legnosa, assicurata dagli alberi fuori foresta prima della II Guerra Mondiale, era superiore a quella forestale, è inseguito calata esponenzialmente a causa dell’intensificazione agricola, alla meccanizzazione e all’effetto indiretto della Politica agraria europea (Mezzalira 2001). Questo è solo uno degli aspetti che testimonia l’importanza storica dei SAF in Italia. Infatti molti sistemi produttivi di tipo tradizionale si basavano sul ruolo multifunzionale degli alberi, dei quali la produzione legnosa era una componente  importante ma raramente preponderante.

In Umbria e Lazio è particolarmente rilevante il ruolo svolto dai SAF che prevedono l’associazione dell’olivo alla vite e colture annuali (grano, orzo), orticole (es. fagioli) e foraggere (Medicago sativa). In genere sono praticate su piccole proprietà anche inferiori all’ettaro con distanze tra i piedi d’ulivo tra i 5 e i 10 metri. (Paris P. 2002)

In merito alla vite bisogna dire che, nella forma tradizionale di coltivazione, anche quando coltura prevalente,  era sempre accompagnata da piante come il salice per la produzione di rami per legare le viti stesse ma anche da l’acero, l’olmo, l’orniello, che avevano una funzione principalmente foraggera oltre che di tutore vivo. La coltivazione intensiva, sistemi di allevamento della vite più bassi e meccanizzabili e l’eliminazione del salice sostituito dall’uso di materiali plastici e metallici per la legatura dei tralci, hanno drasticamente impoverito questi sistemi.

Una particolare diffusione ebbe nella pianura Padana il sistema dell’Alteno che associava alberi da frutto a coltivazioni annuali e orticole. Gli alberi da frutto furono sostituiti a partire dalla fine del ‘700 con il gelso associato all’allevamento dei bachi da seta, coltura che poi scomparve definitivamente nella prima metà del secolo scorso.

Sulle isole e soprattutto in Sicilia erano molto importanti nell’economia famigliare sistemi agroforestali che prevedevano consociazioni di ulivo, mandorlo e vite con il fico d’india, carrubo e pistacchio con la coltivazione di grano e fagioli nelle interfile. Questi potevano esplicarsi come sistemi di prossimità limitrofi alle abitazioni, ma anche più estensivi come nel caso della produzione di pistacchio innestato su selvatico ed erano spesso associati al pascolo.

Importanti sistemi tradizionali nel Centro e nel Sud Italia sono quelli che prevedono il pascolo arborato con esemplari del genere Quercus, in particolare pubescens e cerris con una densità che varia tra le 7 e le 250 piante/ha. Si tratta di relitti di antichi sistemi spesso in disuso, con piante anche secolari. Oltre al pascolo viene praticata la coltivazione di trifoglio e più raramente di avena. In Sardegna le querce appartengono alla specie Q.suber e sono associate alla coltivazione del sughero. Da un punto di vista legislativo questi sistemi risultano nella categoria delle foreste.

Sempre al Sud Italia e prevalentemente in Campania, su ricchi terreni di origini vulcaniche, è praticata tradizionalmente la coltivazione del Noce a duplice attitudine associato a colture annuali ma anche al Nocciolo. I noci sono coltivati in file con densità inferiori a 50 piante/ha.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...