SAF nell’Europa mediterranea

I primi sistemi agroforestali in ambito mediterraneo possono essere fatti risalire al periodo del Neolitico ed erano costituiti da sistemi silvopastorali destinati agli animali domestici. Questi sistemi erano di origine naturale dove erano presenti foreste aperte simili alla savana o creati dall’uomo anche tramite l’uso del fuoco. Laddove la foresta era abbattuta per dare spazio all’agricoltura, alberi sparsi vennero mantenuti per fornire frutti, foraggio e legname. L’inserimento deliberato degli alberi nei sistemi agroforestali è iniziato molto più tardi quando furono introdotti  l’ulivo e alberi da frutta come il castagno e il noce ecc.

Grecia

I SAF in Grecia si suddividono tra quelli che si trovano su superfici agricole solitamente appartenenti alla proprietà  privata e quelle che si trovano in aree forestali e che sono generalmente di proprietà dello stato o di altre organizzazioni non governative.

Il primo gruppo è costituito da sistemi silvoarabili in cui troviamo una cultura arborea e una cerealicola nelle interfile. Le specie arboree sono spesso miste e a prevalere può essere a seconda dei casi l’ulivo, il noce, il mandorlo ma anche il pioppo. In particolare per quanto riguarda l’ulivo, le potature annuali possono essere usate come foraggio, infatti le foglie dell’ ulivo al momento della potatura posseggono un elevato contenuto in proteine. Altre specie arboree secondarie sono il fico e il pistacchio. Oltre ai cereali, associati alla coltura arborea, troviamo la vite e, soprattutto associati al noce, si trovano colture orticole, fagioli e erba medica (municipalità di Askio). Questi sistemi diventano agrosilvopastorali dal momento che  possono essere pascolati dopo il raccolto della coltura cerealicola. (Papanastasis et al 2009)

Il secondo gruppo è invece costituito da sistemi silvopastorali. Questi si suddividono ulteriormente in boschi aperti considerabili come SAF veri e propri e in boschi pascolabili a carattere maggiormente forestale, ma che possono comunque svolgere un ruolo importante nei sistemi di pascolamento estensivo. Sono considerati boschi aperti i boschi con una provvigione inferiore a 100 m3 ha-1  con presenza di alberi con diametro misurabile (es. >5 cm) e una copertura forestale inferiore al 40%. Il foraggio è costituito dallo strato erbaceo e arbustivo, dalle foglie delle latifoglie forestali (vari tipi di querce) e dalle ghiande. Altre specie che si trovano in forma arbustiva sono l’orniello e il carpino orientale. Esistono formazioni in cui la componente arborea è costituita da conifere quali il pino d’Aleppo, il cipresso ecc.

Questi sistemi costituiscono il 32% delle superfici forestali in Grecia e contribuiscono al sostentamento di  5,4 milioni di capre e 8,8 milioni di pecore.

Particolarmente interessanti da riportare sono i sistemi di allevamento della componente arborea adottati in Grecia. Il sistema della capitozzatura è utilizzato per produrre foraggio, mantenendolo però ad un’altezza non raggiungibile dall’animale al pascolo o in modo da evitare interferenze con le attività agricole. Tale sistema sembrerebbe prolungare la vita dell’albero (Papanastasis et al 2009). Per questo le piante vengono capitozzate ad un altezza che varia tra 1,5 e 3 metri, a seconda della specie. Gli alberi vengono capitozzati quando hanno circa 10-15 anni o quando il diametro supera i 15 cm (Papanastasis et al 2009). Un’altra pratica è lo sgamollo che prevede la potatura ripetuta lungo tutta l’altezza della pianta conservando il toppo centrale integro e usando i rami potati come foraggio.

Tali pratiche sono adottate tradizionalmente oltre che per la quercia anche per il faggio. Per un gregge di 2000 capi di capre e pecore, posseduto collettivamente da un villaggio, gli abitanti dovevano potare tra le 3000 e le 10000 querce.

L’abbandono di queste pratiche causa la chiusura del bosco e la perdita di elementi caratteristi del paesaggio. Il pascolo crea danni solamente in alcuni casi limitati a causa del sovraccarico animale. Questo è stato riscontrato sull’isola di Cipro a causa degli incentivi dell’unione Europea erogati a capo posseduto anziché ad ettari  gestiti.

Sono stati studiati SAF silvopastorali innovativi con la robinia e il gelso usati come fodder trees (papanastasis et al 1999) e sistemi silvoarabili con noce e ciliegio da legno e colture annuali come mais e grano.

Portogallo e Spagna

In Portogallo sono diffuse in particolare quattro principali tipologie di SAF, il sistema a Quercia dei Pirenei (Quercus pyrenaica) il sistema a castagno, quello a ulivo e infine il Montado. Inoltre si possono citare altri sistemi poco presenti in letteratura che prevedono come componente arborea il pino da pinoli (Pinus pinea) e il frassino (usato sia per il legno che come foraggio).

Il sistema a Quercia dei Pirenei è diffuso soprattutto nel Nord Est del Portogallo ed è paragonabile ai sistemi di bosco aperto greci. Tradizionalmente erano boschi cedui multifunzionali che fornivano legna e carbone, tannini, pascolo e assicuravano un continuo trasferimento di fertilità, tramite le deiezioni animali, verso i terreni coltivati, garantendone la produttività.

Un altro aspetto importante è legato al benessere animale. Le querce forniscono riparo alle greggi durante il periodo estivo ma anche in inverno, mitigando le escursioni termiche a cui gli animali sono sottoposti.

La densità varia tra i 400 e i 1100 polloni ad ettaro, mentre il sottobosco è dominato dalla rinnovazione di quercia e da alcuni cespugli. L’erba è in genere scarsa a causa dell’ombra e della lettiera: 570-2500 kg DM ha-1 year-1 (Castro M. 2004). In passato i turni erano tra i 10 e i 20 anni ora superano i 25.

Studi recenti (Castro et al. 2004) hanno sottolineato come in questi sistemi le querce forniscano un importante contributo in foraggio tramite le loro foglie, in particolare alle capre in estate (25 % della dieta estiva per le capre e 2,5% per le pecore) e in autunno, grazie alle ghiande,queste ultime apprezzate anche dalle pecore. La potatura e lo sfoltimento delle querce risulta molto importante per aumentare la produzione di ghiande e dello strato erbaceo, mentre la presenza degli animali risulta strategica per mantenere la fertilità di questi sistemi. (Castro M. 2009)

È interessante notare come al nord del Portogallo, dove le proprietà sono maggiormente frammentate, il pascolo dei cedui di quercia avviene in alcune limitate zone del villaggio chiamate “touças” ad opera di greggi gestite comunitariamente e non da privati come avviene più a sud dove esistono estese proprietà chiuse.

Il sistema a castagno può svilupparsi sia come frutteto che come ceduo.

Nel primo caso si tratta di un sistema agrosilvopastorale, come quelli descritti per la Grecia, dove i cereali possono essere coltivati per il diretto consumo del bestiame o raccolti per poi introdurre il pascolo nel periodo autunno-invernale come nei sistemi denominati “ferrã”, dove gli animali si nutrono delle castagne rimaste dopo la raccolta. In genere in questi sistemi la componente animale è esclusivamente costituita da pecore; in particolare nei frutteti detti “soutos”, le capre sono escluse poiché potrebbero danneggiare la corteccia.

Nel secondo caso si tratta di un sistema tipicamente silvopastorale. Anche qui la potatura è utilizzata per integrare il foraggio degli animali. A causa della situazione sanitaria del castagno che colpisce in particolare la produzione frutticola, questo secondo sistema sta acquistando maggiore importanza.

Il sistema a Olivo è molto simile a quello riscontrato in Grecia. É interessante riportare la pratica estiva della mandratura degli oliveti.

Il sistema del Montado è particolarmente radicato nel sud del Portogallo ma anche in Spagna. Si tratta di un SAF dominato da Quercus ilex e Q. suber (20-80 piante/ha) sotto i quali vengono fatti pascolare i maiali, ma dove vengono anche praticate a rotazione coltivazioni cerealicole. Dove è presente la Sughera la produzione principale è il sughero, mentre i sistemi a Leccio puntano a massimizzare la produzione di ghiande. Si tratta di sistemi estensivi praticabili solo su grandi proprietà.

In Spagna il sistema maggiormente diffuso e conosciuto è senza dubbio la Dehesa. Questa presenta molte anologie con il Montado, soprattutto per le tipologie di produzioni arboree e in generale con i sistemi silvopastorali mediterranei finora descritti. Si presenta come un pascolo arborato pressoché libero da cespugli. Le querce (principalmente Quercus ilex e Quercus suber) sono in genere 15-45 ad ettaro, la percentuale di copertura varia tra il 21-40% e vengono potate e sfoltite regolarmente. A pascolare la Dehesa sono bovini, ovicaprini ed equini ma anche suini, in particolare durante l’autunno, essendo la ghianda uno dei principali prodotti di questo sistema. L’organizzazione aziendale tradizionale è molto complessa e prevede lunghi periodi di rotazioni, dove ogni 3-12 anni avviene un ciclo colturale che prevede l’aratura e la semina di colture foraggere (una tempo anche di cereali per il consumo umano). Queste rotazioni hanno allo scopo di controllare lo strato arbustivo, evitare il compattamento del suolo ed avere del foraggio complementare. In alcuni casi è previsto l’arricchimento del pascolo con trasemine. In caso di mancata rinnovazione risulta necessario impedire il pascolamento per 10-15 anni.

Recenti cambiamenti hanno messo in crisi questo sistema. A causare tale crisi sono in particolare il sovrapascolamento causato dagli incentivi dell’UE commisurati su carichi non sostenibili in ambiente mediterraneo (come in Grecia) e la sostituzione del pascolo guidato con il pascolo libero  (mancanza di personale qualificato o riduzione costi manodopera).

 Molte ricerche sono oggi orientate a valutare le cause della mancata rinnovazione delle querce e altre ricerche andranno svolte per determinare il carico mantenibile dal sistema Dehesa, anche a seconda delle sue varianti climatiche e gestionali.

Altri sistemi, non definibili come Dehesa, diffusi in Spagna sono in genere di tipo silvopastorale e agrosilvopastorale.

Nella regione di Segura (Sud Est della Spagna) è documentato l’uso foraggero del bagolaro, dell’olmo del gelso e del carrubo, ma i pascoli con il più alto carico animale della regione sono quelli dominati da arbusti (labiate, cistacee e fabacee) come i “romerales” “retamares” e i “coscojar” dove, quest’ultima, è la più evoluta in termini di successioni vegetazionali. La quantità media di sostanza secca prodotta e di 1-2t DM ha-1 , ma la maggior parte delle specie sono di bassa qualità (Correal et al. 2009). In questa regione soggetta a forte stagionalità e ad alti livelli di erosione si propone la creazione di siepi di specie arbustive ad alto valore pastorale. (Correal et al. 2009)

Fra i sistemi agroforestali dell’Europa Mediterranea vanno anche citati i sistemi basati sulla produzione del tartufo. In particolare la produzione del tartufo nero (Tuber melanosporum Vitt) sembra essere quella più promettente poiché, sebbene particolarmente esigente in termini di suolo e clima, questa specie sembra rispondere bene alle cure colturali. La maggior parte delle zone vocate alla produzione del tartufo si trovano nella fascia di transizione tra clima mediterraneo e clima temperato, dove l’estate è caratterizzata da un periodo siccitoso ma più breve rispetto ai climi tipicamente mediterranei. (Richard JM. et al 2003) Il numero di giorni estivi senza pioggia che il fungo può sopportare è in media attorno ai 30-35 giorni.

Il range di piante con cui questo fungo può sviluppare ectomicorrize è piuttosto ampio. Tra queste troviamo varie specie di quercia (ilex, robur ecc.) e carpino (C. betulus, C. orientalis, O.carpinfolia) e il nocciolo.

La produzione di tartufo nero nel ventesimo secolo è calata drammaticamente in Francia a seguito dell’abbandono delle campagne e delle attività multifunzionali connesse all’economia rurale di sussistenza e il conseguente abbandono di boschi e terreni agricoli marginali. Questa si era particolarmente diffusa nel XIX secolo in particolare nei vigneti abbandonati a seguito della diffusione della Phylloxera nelle regioni del Sud della Francia. La tartuficoltura era stata sviluppata dagli stessi ex viticoltori a partire dall’osservazione delle tartufaie naturali e favorita dalla presenza sulla stessa unità di gestione di altre attività agricole multifunzionali tra cui l’allevamento ovino. L’uso multifunzionale dei prati arborati, compreso l’uso come foraggio per le greggi delle frasche, ricavate da potatura e sfoltimento delle piante tartufigene, assicurava al suolo una sufficiente quantità di restituzioni animali con effetti sulla fertilità e sulla dimensione dei tartufi. (Bye P. 1998)

In epoca moderna sono state sviluppate tecniche colturali per la coltivazione di T. melanosporum basate in particolare sulla produzione e impianto di esemplari di quercia micorrizati artificialmente. Dai 3 ai 5 anni, quando l’albero raggiunge l’altezza di un metro, le piante vengono potate e impostate a cono rovesciato. Le distanze di impianto variano tra 4×5 e 8×8. Durante la fase di colonizzazione e consolidamento delle piante e del fungo simbionte è talvolta praticato il diserbo, specie vicino ai giovani piantini. Dopo circa 15 anni, se il fungo si è stabilito con successo, incomincia a formarsi il brulé ovvero una zona attorno alla pianta dove l’erba cresce stentata. Negli anni seguenti, attorno ai 18 anni di età, il tartufo entra in produzione. Una volta in produzione sono praticate sia irrigazioni estive che tilling, anche se non ci sono ancora dati certi sull’efficacia di queste pratiche.

I principali fattori che sembrano contrastare l’insediamento di T. melanosporum sono un pH basso, scarsa areazione del suolo, ombra, eccessive irrigazioni, fertilizzazioni e sostanza organic. (Reyna S, Garcia S 2009)

Molte delle migliori tartufaie naturali esistenti si trovano in aree caratterizzate da vegetazione aperta, con canopy cover minore del 30%, indice di Hart-Becking più alto di 1,5, scarsa copertura arbustiva e che quindi ricevono un’elevata quantità di luce al suolo. Queste sono anche le condizioni dove compaiono nuove tartufaie. (Olivier et al. 1996; Reyna et al 2004, Sourzat 2004; Granetti 2005)

Un’altra impostazione è quella della selvicoltura “da tartufo”, applicata in particolare in quelle aree dove il fungo si trova in forma spontanea. Queste aree possono essere antichi impianti di tartufo abbandonati o boschi dove il tartufo è presente in simbiosi con le specie forestali autoctone. Si tratta quindi di boschi più o meno naturali o naturalizzati, in cui la tendenza è quella della chiusura della copertura arborea. Le pratiche selvicolturali consistono nella riapertura del bosco tramite l’eliminazione delle piante non produttive o antagoniste poiché simbionti con altri funghi che possono competere con il tartufo e la potatura delle piante simbionti.

 Negli esperimenti condotti da Gregori (Gregori et al. 2001), vecchie tartufaie pressoché improduttive sottoposte a tali pratiche sono tornate immediatamente in produzione mentre quelle adiacenti non gestite non presentavano alcuna produzione. In altri studi simili condotti in Spagna da Reyna e Garcia (Reyna S, Garcia S 2005) si sono notate risposte positive ai trattamenti selvicolturali.

Francia mediterranea

Nel sud della Francia, tra i sistemi tradizionali, troviamo l’ulivo con coltivazione nelle interfile di cereali. La disposizione è irregolare e il numero di piante/ha è piuttosto basso,anche inferiore a 50.

Il sistema denominato Joualle è invece principalmente composto da vite associata al noce, all’ulivo e al pesco. Gli alberi possono essere usati come tutore vivo della vite (alteno).

Le Plantades sono piantagioni di quercia a bassa densità e multifunzionali (pascolo estivo, alimentazione suina d’autunno e legna) di proprietà pubblica diffusasi attorno al XIX secolo.

In tutta la Francia questi ed altri sistemi sono quasi scomparsi o diminuiti drasticamente nel corso del XX secolo.

L’INRA (Institut Nazional de la Recherche Agronomique) ha condotto molti studi a partire dagli anni Ottanta per la reintroduzione e lo sviluppo di sistemi agroforestali innovativi in Francia, con particolare attenzione ai sistemi silvoarabili costituiti da specie forestali da legno di pregio e colture agrarie annuali (mais, girasole, grano) e perenni (short rotation forestry).

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