Lauriano Forest Camp 2016

Concluso con successo il campo di volontariato del Servizio Civile Internazionale promosso dall’Associazione Fondiaria Cornalin e dai Comuni di Lauriano e Tonengo, giunto quest’anno alla terza edizione. Per 10 giorni ragazzi provenienti da tutto il mondo hanno contribuito a ripulire  vecchi sentieri che collegano i due comuni e  frutteti nei terreni dell’associazione.

Qui di seguito l’articolo della Nuova Periferia dedicato al progetto.

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LAURIANO (bom) “Perchè ho scelto di venire a Lauriano? Beh, il mio obbiettivo era quello di essere mangiato vivo dai moscerini…”. Seduti intorno ad un tavolo, nelle sale del comune di Lauriano, ci sono un gruppo di ragazzi provenienti da ogni angolo del pianeta (Russia, Polonia, Serbia, Nigeria, Svizzera, Francia, Spagna, Burkina Faso e…Italia), che hanno deciso di aderire al progetto di Servizio Civile Internazionale promosso dall’Associazione Fondiaria Cornalin, nata come possibile soluzione contro l’abbandono dei territori marginali e operante tra Lauriano e Tonengo d’Asti. A fare gli onori di casa il sindaco Matilde Casa, la sua vice Silvana Bosso e Martino Noce, dottore forestale responsabile del progetto “Forest Camp”. Nella settimana di permanenza a Lauriano i ragazzi e le ragazze hanno potuto conoscere il progetto dell’associazione Cornalin contribuendo alla pulizia di alcuni sentieri che attraverso boschi, prati e vigne collegano gli abitati di Lauriano e Tonengo. I ragazzi hanno lavorato con impegno ed entusiasmo, ciascuno ha dato il suo contributo per la riuscita del progetto. Durante il campo hanno avuto l’opportunità di conoscere e vivere il territorio e i suoi abitanti. “Il progetto – hanno spiegato Casa e Noce – è importante per l’intera comunità anche perché tutti hanno capito che si sta facendo qualcosa di buono per il territorio e la natura. Il nostro obbiettivo è quello di gestire la terra secondo un progetto comune, partendo dalle proprietà comunali (tre ettari, con alcuni frutteti di alcune varietà) che sono così restituite alla collettività. Di età compresa tra i 15 e i 27 anni, i partecipanti al Forest Camp hanno vissuto insieme alloggiando in locali comunali, cucinando e imparando a  fare squadra”.Tutti hanno giudicato l’esperienza molto formativa, sia per il carattere che per quanto può offrire, in termini “umani” la vita in un piccolo paese come Lauriano.

Ecco alcuni momenti di lavoro dei ragazzi.

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Il Forest Camp torna il prossimo anno, il logo è già pronto ed è stato creato da Silvia Ripellino,  volontaria della prima edizione, a testimonianza di come queste iniziative riescano a creare legami duraturi e arricchenti per tutti. Grazie Silvia!

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Citizen Science, ricerca scientifica condivisa

Biodiversità. Conservazione della natura. Gestione sostenibile delle risorse naturali.
Parole che sbucano un po’ dappertutto, ma quanto siamo coscienti del loro significato e dell’influenza che hanno sul territorio in cui viviamo e sulla qualità della vita?
La Citizen Science ovvero la “Scienza dei Cittadini” offre l’opportunità alle persone di toccare con mano questi argomenti e comprenderli sporcandosi le mani in attività di ricerca sul campo.
Contare e identificare animali come farfalle o uccelli, annotare le fase fenologiche delle piante, controllare lo stato dei corsi d’acqua sono solo alcuni esempi possibili di come i cittadini possono aiutare gli scienziati nella raccolta dei dati.
Il coinvolgimento dei volontari in questi progetti permette quindi agli scienziati di disporre di un numero elevato di dati distribuiti su vaste aree, cosa molto importante in studi a carattere ecologico in cui vengono studiati ad esempio la distribuzione delle specie o l’andamento delle popolazioni.
Dall’altra permette ai cittadini di conoscere il territorio, i suoi processi e problematiche e come queste possano essere studiate e misurate per prendere decisioni politiche consapevoli di gestione del territorio.
Uno degli aspetti che rende così interessante la Citizen Science è proprio la sua capacità di legare un’autentica ricerca scientifica con l’educazione ambientale.
In Nord Europa e Stati Uniti questa metodologia è ormai molto diffusa e sviluppata, per esempio nel Regno Unito sono vari e numerosi  i progetti, spesso diffusi su scala nazionale, come ad esempio il “Programma di monitoraggio delle farfalle in UK” , dove volontari singoli o riuniti in associazioni, seguendo un collaudato sistema applicabile anche dai meno esperti, possono contribuire alla raccolta e alla condivisione  dei dati relativi al monitoraggio.
Il progetto ha monitorato i cambiamenti nell’abbondanza di farfalle in tutto il Regno Unito dal 1976. Da allora i registratori hanno fatto circa un quarto di milione di visite settimanali a più di 1500 siti diversi, camminando per più di mezzo milione di chilometri e contando oltre 16,4 milioni di farfalle!
Tutto ciò ha permesso di capire molto sull’ecologia di questi animali che, oltre ad esercitare un certo fascino sugli esseri umani, sono anche importanti indicatori ambientali che permettono di comprendere l’andamento generale della biodiversità. Anche in Italia sono stati avviati alcuni progetti tra cui CSMON-LIFE progetti di Citizen Science sulla biodiversità finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del programma LIFE+ e che interessa le regioni Lazio e Puglia.

Nel video una ricercatrice statunitense sostiene come le persone possano essere potenti agenti di cambiamento e dimostra che usando il potere della Citizen Science ognuno di noi personalmente ha la capacità di combattere il degrado ambientale e il cambiamento climatico.

Biodiversità e gestione del territorio non sono sempre in conflitto

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La costante perdita di biodiversità in atto ha conseguenze profonde  per gli ecosistemi e per il benessere umano, che beneficia dei loro servizi. In Europa questo fenomeno ha tra le principali cause il cambiamento nell’uso delle terre agricole sia per l’uso sempre più intensivo sia per l’abbandono delle terre meno redditizie e marginali.Una stima indica come  il 50% delle specie in Europa dipendano da habitat agricoli.     Per questo motivo le politiche europee per la conservazione della biodiversità comprendono anche misure per un utilizzo sostenibile degli agro-ecosistemi.

L’abbandono delle zone utilizzate a pascolo provoca la perdita delle specie adattate ad ambienti aperti, come dimostrato dall’ andamento negativo della popolazione di farfalle dei prati o di alcune specie di uccelli. Questo fenomeno viene osservato in particolar modo per le aree marginali montane e collinari che sono le più coinvolte nei fenomeni di sviluppo di boschi di neoformazione.

La biodiversità trae benefici dai sistemi silvopastorali, poiché essi creano differenti condizioni ambientali per quanto riguarda la struttura della vegetazione, l’ombreggiamento o l’umidità. Inoltre questi sistemi preservano e arricchiscono la diversità del paesaggio e creano corridoi che favoriscono il movimento degli animali contrastando così la frammentazione degli habitat.

Gestire un territorio deve quindi prefiggersi tra gli obbiettivi la conservazione e l’aumento della biodiversità. Per poter valutare se le pratiche che si mettono in atto hanno effetti positivi e con lo scopo di monitorare e correggere la gestione del territorio si può elaborare un piano di monitoraggio faunistico.       Questa progettazione è stata l’oggetto della mia tesi di laurea in Scienze Naturali (dal titolo “Progetto di monitoraggio faunistico del piano di gestione agro-forestale del comune di Lauriano”).                      
Per prima cosa è importante scegliere gli indicatori ambientali appropriati. In generale un indicatore ambientale può essere definito come un parametro o un valore misurabile, che avendo una stretta relazione con un fenomeno o un cambiamento ambientale, fornisce indicazioni su quest’ultimo nella sua totalità anche se ne rappresenta solo una parte. Gli indicatori ambientali possono utilizzare parametri chimici fisici o biologici.

Per quanto riguarda i parametri biologici questi vengono definiti bioindicatori e consistono in taxa particolarmente legati ad aspetti ambientali, ad esempio i licheni utilizzati per valutare lo stato dell’inquinamento dell’aria. Gli indicatori biologici di biodiversità sono taxa la cui diversità riflette la biodiversità in generale. A questo scopo sono stati analizzati i principali indicatori utilizzati nell’ambito degli agro ecosistemi, in particolare approfondendo l’utilizzo di lepidotteri ropaloceri, avifauna e coleotteri carabidi.

Una  delle principali caratteristiche  per la scelta di un bioindicatore è la potenzialità del gruppo animale preso come riferimento di rappresentare con il proprio andamento quello della biodiversità in generale, inoltre questo andamento deve essere il più strettamente correlato con le determinanti ambientali per dare indicazioni sulla bontà delle pratiche messe in atto. Carabidi e lepidotteri si prestano a valutare cambiamenti di gestione anche di piccoli appezzamenti mentre gli uccelli grazie alla loro mobilità si adattano a fornire informazioni su più ampia scala. Per tutti e tre i gruppi si è dimostrato il forte legame con le determinanti ambientali che causano veloci modificazioni nei trend delle popolazioni e nella composizione della comunità.

In base a queste considerazioni è stato proposto un piano di monitoraggio che si articola su due livelli. Un controllo spaziale potrà essere effettuato per confrontare le aree gestite con le nuove pratiche e le aree corrispondenti su cui non sono state ancora effettuate, mentre un controllo temporale potrà registrare gli effetti generali della gestione sulle popolazioni di carabidi, lepidotteri e uccelli.

progetto NEWSetTa

All’inizio del mese è stato consegnato in Regione Piemonte il Progetto “NEWSetTa  New Set from local Timber asset. Il progetto risponde al bando del PSR 2007-2013  legato alla misura 124 azione 2 Cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie nel settore forestale.

Il progetto è promosso dalla neonata Associazione Fondiaria Cornalin, costituita lo scorso maggio e che per ora conta una dozzina di soci più i comuni di Lauriano e Tonengo ma che intende al più presto di coinvolgere il più ampio numero possibile di proprietari ed utilizzatori della zona per un progetto di recupero a scala territoriale e di comunità.

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legno di orniello stagionato (foto Luca Alessio)

Il suddetto progetto intende concentrarsi nello sviluppo di una linea di prodotti di design che valorizzino il legno di orniello (Fraxinus ornus L.) a partire da assortimenti legnosi standardizzati di piccole dimensioni.

L’obiettivo e quello di avviare un processo virtuoso finalizzato alla costituzione di una filiera locale di qualità per meglio valorizzare i boschi collinari, retribuire adeguatamente chi li possiede e chi vi opera, attraverso l’intermediazione dell’associ

Il nome del progetto “NewSetTa”  si ispira al nome dialettale dell’orniello “Nusëtta” una delle specie arboree più diffuse localmente appartenente al genere fraxinus (a cui apparitene anche il più noto frassino maggiore). Tale pianta è in genere ceduata e si trova quindi in diametri di ridotte dimensioni ma il suo legno presenta interessanti qualità tecnologiche ed estetiche. Come l”orniello molti altri legni nobili come quello di ciliegio o di rovere spesso finisce per essere svenduto come legna da ardere. Al contempo diversi falegnami locali desidererebbero lavorare su legno locale per produzioni in legno massello
ma hanno difficoltà a reperire gli assortimenti necessari.

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legno fresco di orniello tagliato nei boschi di Piazzo (foto Luca Alessio)

Qualora il progetto sia finanziato si costituirà un’associazione temporanea di scopo a cui parteciperanno l’associazione fondiaria che si pone come tavolo di concertazione tra proprietari e utilizzatori. oltre che da AsFo Cornalin, tre ditte di falegnami locali, l’associazione di designer IZMO, l’Università degli Studi e il Politecnico d Torino.

Il progetto è stato redatto con il supporto e la supervisione della SEAcoop Cooperativa di Consulenza e Progettazione in campo agro-forestale e ambientale.

A che punto siamo

Lunedì e martedì i consigli comunali di Lauriano e Tonengo hanno approvato l’adesione all’associazione fondiaria Cornalin e potranno così partecipare come soci fondatori dell’associazione al pari degli altri proprietari.

Durante l’incontro del 16 aprile sono state raccolte le adesioni dei proprietari interessati, ma era necessaria ancora l’approvazione da parte dei consigli comunali per poter formalmente compiere l’atto costitutivo che sarà definitivamente e ufficialmente sottoscritto l’8 maggio prossimo. L’appuntamento è sempre alle ore 21 nella futura sede dell’associazione in via del Recinto 12.

Nel frattempo ne abbiamo approfittato per proseguire con la stesura di una proposta di regolamento che comunque dovrà essere discussa e approvata dall’assemblea dei soci non appena l’associazione verrà costituita. Molti futuri soci pensano che, una volta dotati di regolamento, sarà più facile coinvolgere nuovi proprietari poiché risulteranno più chiare e dettagliate le condizioni di conferimento e uso dei terreni.

E’ senza dubbio così ed è per questo che sarà necessario fare un piccolo sforzo per realizzare al più presto un regolamento con la collaborazione e i suggerimenti dei soci fondatori. Il regolamento potrà e dovrà comunque essere perfezionato di anno in anno sulla base dell’esperienza, delle difficoltà e delle necessità che si potranno via via incontrare. A tal proposito la proposta dei futuri soci è quella di porre in verifica il regolamento ogni 11 novembre in corrispondenza della fine dell’anno agrario e l’inizio di quello successivo.

Proprio per il fatto che si tratta di una situazione di transizione, legata alla fase di avvio dell’associazione, i soci hanno pensato di stabile che il conferimento dei terreni in questa fase non comporterà nessun impegno in termini di durata del conferimento e che l’associazione non stipulerà contratti di comodato dei terreni fino all’11 novembre 2014. Entro questa data i soci potranno dare conferma o meno del conferimento, che sarà in seguito soggetto alle norme contenute nel regolamento, approvato dai soci stesso.

Dalla sussistenza all’economia di mercato

Prima che la modernità e il sistema produttivo industriale conquistassero le basi delle economie occidentali, il  rapporto tra l’uomo e la natura si reggeva su un equilibrio fragile, talvolta ingiusto, chiaro e semplice. Fuori dal contesto urbano e dai centri abitati più grandi la vocazione principale degli abitanti locali è stata quella agricola ed estensiva almeno fino agli anni ’40 del secolo scorso.

Parlando di Lauriano e Piazzo, se escludiamo i ricchi proprietari di terre, signorotti locali fino alla caduta della monarchia e possidenti anche successivamente, i locali si dividevano in mezzadri, in pochi proprietari di piccole cascine e terre (i cosiddetti particolari), e i piccoli artigiani o persone dedite al commercio. I mezzadri erano costretti a cedere al proprietario della terra utilizzata la metà di ogni prodotto, agricolo o animale che fosse, e ad assicurare al padrone una serie di servizi extra. Era perciò molto difficile che arrivassero ad avere un capitale risparmiato. I piccoli proprietari invece avevano, a fronte della fatica del lavoro agricolo, la possibilità di risparmiare giorno per giorno un capitale da reinvestire per comprare altre terre o comunque per fare nuovi ma ben pesati investimenti.

Ovviamente la fatica e l’impegno delle varie famiglie di mezzadri e piccoli proprietari dipendeva anche dalla loro consistenza numerica. La mortalità infantile fino alla primi decenni del novecento è stata molto alta, e oltre le forme di contraccezione praticate era la stessa alimentazione scarsamente proteica a tener sotto controllo il numero delle nascite. Inoltre pare che in queste zone, fino alla prima metà del novecento vi fossero degli accordi informali di indivisibilità delle proprietà, simili al principio del maso chiuso (nelle famiglie numerose la proprietà veniva formalmente divisa tra tutti gli eredi ma spesso capitava che se ne sposasse solo uno e gli altri continuassero a vivere assieme come forza lavoro). Rispetto al maso chiuso questa regola era comunque applicata più elasticamente.

L’equilibrio tra uomo e natura si può quindi affermare che si fondasse su un’economia di sussistenza, in cui ogni famiglia aveva un’autonomia alimentare ed energetica quasi totale. La coltivazione degli orti, l’allevamento di qualche animale (maiale, mucca, galline) bastava al mantenimento di molte delle famiglie di queste zone. Poi vi erano famiglie più fortunate a cui prima accennavo, i particolari, che avendo un minimo di proprietà riuscivano a fatica a ricavarsi quel surplus di denaro da reinvestire.

Equilibri fragili sempre a rischio di rottura, per la morte dei membri produttivi delle famiglie, o degli animali da traino ad esempio (la perdita di un bue da traino era una tragedia). In quest’economia di sussistenza e scambio di fatto lo strumento denaro era decisamente marginale.

Con l’avvento delle cave e fornaci di calce e cemento in queste zone è arrivata prorompente la modernità nella prima metà del ‘900. Assieme alle prime fabbriche lo scambio in denaro ha sostituito poco per volta l’economia di scambio. La nascita dei grandi poli industriali a Torino ha attirato gran parte della popolazione locale, che da pendolari o emigranti interni ha iniziato a lasciare Lauriano e Piazzo, a lasciare lentamente le colture e la gestione dei territori, specialmente i più marginali. Il territorio ha quindi subito una lenta ma inesorabile condizione di abbandono. La prospettiva di uno stipendio fisso e di un monte ore lavorativo limitato era molto allettante per una popolazione che conosceva bene le fatiche della vita di campagna. Inoltre la mezzadria si è protratta legalmente fino agli anni ’70 incentivando di fatto lo svuotamento delle campagne. Con l’avvento infine dell’agricoltura meccanizzata negli anni sessanta e settanta sono stati favoriti solo i grandi investimenti produttivi, a sfavore delle piccole produzioni di qualità e della biodiversità locale.

In questa sede non si vuole demonizzare l’agricoltura industrializzata ma far riflettere sul fatto che i mutamenti repentini del sistema economico locale e globale hanno comportato, per gli effetti sopra elencati, l’abbandono di produzioni di qualità ortofrutticole e casearie preziose perché patrimonio economico e culturale unico. Da più parti si sente la necessità di reinvestire in questi terreni marginali proprio su queste produzioni, sia dal basso stimolando politiche locali a sostegno, sia intercettando i prossimi finanziamenti comunitari del PSR