Dalla sussistenza all’economia di mercato

Prima che la modernità e il sistema produttivo industriale conquistassero le basi delle economie occidentali, il  rapporto tra l’uomo e la natura si reggeva su un equilibrio fragile, talvolta ingiusto, chiaro e semplice. Fuori dal contesto urbano e dai centri abitati più grandi la vocazione principale degli abitanti locali è stata quella agricola ed estensiva almeno fino agli anni ’40 del secolo scorso.

Parlando di Lauriano e Piazzo, se escludiamo i ricchi proprietari di terre, signorotti locali fino alla caduta della monarchia e possidenti anche successivamente, i locali si dividevano in mezzadri, in pochi proprietari di piccole cascine e terre (i cosiddetti particolari), e i piccoli artigiani o persone dedite al commercio. I mezzadri erano costretti a cedere al proprietario della terra utilizzata la metà di ogni prodotto, agricolo o animale che fosse, e ad assicurare al padrone una serie di servizi extra. Era perciò molto difficile che arrivassero ad avere un capitale risparmiato. I piccoli proprietari invece avevano, a fronte della fatica del lavoro agricolo, la possibilità di risparmiare giorno per giorno un capitale da reinvestire per comprare altre terre o comunque per fare nuovi ma ben pesati investimenti.

Ovviamente la fatica e l’impegno delle varie famiglie di mezzadri e piccoli proprietari dipendeva anche dalla loro consistenza numerica. La mortalità infantile fino alla primi decenni del novecento è stata molto alta, e oltre le forme di contraccezione praticate era la stessa alimentazione scarsamente proteica a tener sotto controllo il numero delle nascite. Inoltre pare che in queste zone, fino alla prima metà del novecento vi fossero degli accordi informali di indivisibilità delle proprietà, simili al principio del maso chiuso (nelle famiglie numerose la proprietà veniva formalmente divisa tra tutti gli eredi ma spesso capitava che se ne sposasse solo uno e gli altri continuassero a vivere assieme come forza lavoro). Rispetto al maso chiuso questa regola era comunque applicata più elasticamente.

L’equilibrio tra uomo e natura si può quindi affermare che si fondasse su un’economia di sussistenza, in cui ogni famiglia aveva un’autonomia alimentare ed energetica quasi totale. La coltivazione degli orti, l’allevamento di qualche animale (maiale, mucca, galline) bastava al mantenimento di molte delle famiglie di queste zone. Poi vi erano famiglie più fortunate a cui prima accennavo, i particolari, che avendo un minimo di proprietà riuscivano a fatica a ricavarsi quel surplus di denaro da reinvestire.

Equilibri fragili sempre a rischio di rottura, per la morte dei membri produttivi delle famiglie, o degli animali da traino ad esempio (la perdita di un bue da traino era una tragedia). In quest’economia di sussistenza e scambio di fatto lo strumento denaro era decisamente marginale.

Con l’avvento delle cave e fornaci di calce e cemento in queste zone è arrivata prorompente la modernità nella prima metà del ‘900. Assieme alle prime fabbriche lo scambio in denaro ha sostituito poco per volta l’economia di scambio. La nascita dei grandi poli industriali a Torino ha attirato gran parte della popolazione locale, che da pendolari o emigranti interni ha iniziato a lasciare Lauriano e Piazzo, a lasciare lentamente le colture e la gestione dei territori, specialmente i più marginali. Il territorio ha quindi subito una lenta ma inesorabile condizione di abbandono. La prospettiva di uno stipendio fisso e di un monte ore lavorativo limitato era molto allettante per una popolazione che conosceva bene le fatiche della vita di campagna. Inoltre la mezzadria si è protratta legalmente fino agli anni ’70 incentivando di fatto lo svuotamento delle campagne. Con l’avvento infine dell’agricoltura meccanizzata negli anni sessanta e settanta sono stati favoriti solo i grandi investimenti produttivi, a sfavore delle piccole produzioni di qualità e della biodiversità locale.

In questa sede non si vuole demonizzare l’agricoltura industrializzata ma far riflettere sul fatto che i mutamenti repentini del sistema economico locale e globale hanno comportato, per gli effetti sopra elencati, l’abbandono di produzioni di qualità ortofrutticole e casearie preziose perché patrimonio economico e culturale unico. Da più parti si sente la necessità di reinvestire in questi terreni marginali proprio su queste produzioni, sia dal basso stimolando politiche locali a sostegno, sia intercettando i prossimi finanziamenti comunitari del PSR

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