Parlando di pastorizia

La pastorizia è un’attività radicata nel territorio collinare torinese ed astigiano in tre differenti forme:

Pastorizia itinerante

Pecore di un gregge itinerante al pascolo a Lauriano nei pressi della strada del Proso

Questa forma è soprattutto legata all’allevamento ovino. Gli ovini si adattano facilmente alla vita itinerante facendo a meno di ricoveri, inoltre sono molto docili e facili da gestire anche quando il loro numero è elevato. Questo permette ai pastori itineranti di sfruttare risorse prative marginali durante l’inverno e durante i progressivi spostamenti (transumanze) verso i pascoli alpini. Questi ultimi sono invece usati dalla tarda primavera fino alla fine dell’estate. Gli ovini un tempo erano allevati per la loro triplice attitudine alla produzione di latte, lana e carne. Ora sono allevati quasi esclusivamente per la carne che risulta la produzione meno impegnativa in termini di investimenti in strumentazioni  e lavoro in rapporto ai potenziali ricavi. Oggi la pratica della pastorizia itinerante crea grossi problemi a livello di conflitti tra proprietari/affittuari dei terreni e pastori (in molti Comuni della collina tale pratica e proibita), e altri problemi che sono ben illustrati nel blog di Marzia Verona.

Pastorizia stagionale

Come testimonia anche Luigi Baroetto nel libro “memorie di Lauriano”, un tempo i pastori delle valli montane alla fine della bella stagione affidavano le proprie capre agli abitanti delle colline confinanti con la pianura. Mentre in pianura  era più difficile e costoso trovare di che sostentare i propri capi, in autunno-inverno in collina vi erano parecchi prati ben esposti pascolabili quasi fino alla ripresa vegetativa. Gli animali venivano gestiti soprattutto dai più giovani componenti della famiglia e in cambio si otteneva latte ed eventuali capretti. la capra è un animale molto adattabile, spartano e generoso nelle sue produzioni, in grado di trovare di che nutrirsi anche su pascoli poveri. Il rischio però era, soprattutto in bosco dove l’offerta risultava scarsa, che le capre si nutrissero di piccoli semenzali e di cortecce mettendo a repentaglio la risorsa bosco. Per questo vigevano regole molto ferree sulle zone in cui questi animali potevano essere portati a pascolare.

Allevamento bovino

Anche i bovini avevano tre attitudini produttive (latte, carne e lavoro). Il lavoro era forse la più importante, naturalmente prima della massiccia meccanizzazione dell’agricoltura, e ne faceva l’animale principe della stalla. I buoi erano tenuti per la lavorazione dei campi più impegnativi e impervi mentre le vacche se la cavavano bene sui terreni più pianeggianti. In genere ogni famiglia aveva pochi capi, che passavano la maggior parte del tempo in stalla dove si nutrivano di fieno che gli veniva portato dopo essere stato appositamente falciato. A partire dagli anni settanta la razza Piemontese è stata indirizzata esclusivamente alla produzione di carne. Vi sono allevamenti di grandi dimensioni, e le stalle famigliari e i fienili, prima presenti in pressoché tutte le case dei paesi collinari, sono definitivamente scomparse per dare spazio ad alloggi e garage. L’allevamento in area collinare rimane prevalentemente a stabulazione fissa o in box e i foraggi derivano in parte da cereali provenienti da seminativi di zona e in parte dallo sfalcio dei prati più accessibili.

Quali opportunità per le colline?

Oggi sappiamo che il latte migliore, detto anche latte nobile, è quello proveniente dal pascolo diretto, ossia da animali che hanno mangiato erba fresca direttamente dove questa cresce. Purtroppo la maggior parte degli allevamenti moderni sono impostati in maniera specializzata e intensiva e pochi allevamenti praticano in montagna prettamente nella stagione estiva. Al contempo però i consumatori sono sempre più attenti ed esigenti e cercano sul mercato prodotti con elevate caratteristiche nutraceutiche e di salubrità. Sempre più spazio è riservato oggi dai mezzi di informazione al latte di capra come prodotto facilmente digeribile e nutriente (vedi articolo Stampa 24 marzo). Queste caratteristiche del latte di capra erano già note in passato tanto che veniva riservato all’alimentazione dei malati in convalescenza.

Anche il latte d’asina è sempre più spesso oggetto di attenzione dei media per la sua notevole somiglianza al latte umano, anche se bisogna tenere presente che questo animale produce quantità molto ridotte di latte e dunque il costo finale del prodotto risulta molto elevato, tanto da renderlo un prodotto a scopo esclusivamente medico (latte per neonati).

La produzione di latte nobile, ossia di latte prodotto da animali al pascolo, è un’opportunità interessante per la collina, dove la stagione vegetativa è più lunga e la possibilità del pascolo diretto,  specie con animali poco esigenti come le capre, è reale pressoché tutto l’anno.

Come si può fare?

Una proposta interessante è quella di promuovere la creazione di una rete di allevamenti caprini di piccola dimensione che possano valorizzare aree di pascolo medio piccole (10-20 ha) in aree marginali. Queste andrebbero esclusivamente utilizzate tramite pascolamento razionalizzato (pascolo turnato con recinti mobili) e altamente diversificato, che comprenda una componente da foglia. Tale componente è assicurata da alberi e arbusti che sopportano un’elevata ceduazione (salice, olmo, acero, ontano, gelso, rovo, nocciolo ecc.) e che danno un elevato valore in termini qualitativi all’offerta foraggera.

Nelle aree più accessibili sarebbe possibile anche l’allevamento bovino sia stagionale (ospitare vacche in svernamento) sia stanziale. Questi pascoli potrebbero facilmente essere associati all’arboricoltura da legno o a duplice attitudine (frutta  e legname) come nel caso dei prati arborati francesi o tedeschi.

La produzione di latte dai vari allevamenti potrebbe essere conferita ad un unico laboratorio lattiero caseario. In un primo momento questa sarebbe assorbita da caseifici già esistenti sul territorio e in seguito potrebbe essere creato un apposito laboratorio consortile per la trasformazione e produzione di una linea di prodotti di alta qualità. In questo modo potrebbe essere possibile sviluppare al massimo il potenziale di questo prodotto legato fortemente al territorio, alla tutela e conservazione del paesaggio.

I formaggi si aggiungerebbero ad una rosa di prodotti locali quali pane, vino, frutta e derivati commercializzabili tramite filiere corte e reti alternative (alternative food network).

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