Nel cuore della foresta

Alcuni anni fa ho partecipato ad un progetto per la promozione e progettazione di sistemi agroforestali sostenibili in Brasile nello stato di San Paolo. Il progetto era condotto da due ONG Piemontesi (RE.TE. e M.A.I.S) e finanziato dal MAE (Ministero degli Affari Esteri). Il partner locale era l’ISA (Istituto SocioAmbiental) un’ associazione che opera in tutto il Brasile con  con moltissimi progetti legati alla protezione dell’ambiente e dei diritti delle popolazioni indigene.L’approcio socioambientale ha da subito suscitato la mia curiosità ed interesse.

In questa sede mi interessa raccontarvi di una questione complessa che mi sono trovato ad affrontare nel contesto del progetto e che rigurda la protezione di una specie di Palma sempre più rara. 

 L’Euterpe edulis o palma Jusara e una specie importantissima per l’equilibrio dell’ecosistema della foresta Atlantica, un particolare tipo di  foresta pluviale situata  sulla costa del Brasile il cui areale e ormai ridotto a pochi frammenti che costituiscono circa il 7% della sua originaria estensione.

 La Valle do Ribeira, dove si svolgeva il progetto a cui ho partecipato  si trova alcune centinaia di km a Sud della metropoli di San Paolo e ospita uno di questi frammenti di Foresta. Per le sue caratteristiche di luogo selvaggio e poco raggiungibile ha offerto rifugio fino a pochi decenni or sono alle popolazioni Quilombolas. Negli anni 80 la costruzione di una strada asfaltata ha reso più accessibile questa zona e ha portato molti fazederos ad insediarsi nella zona allontanando anche con la forza i quilmbolas. In conseguenza di ciò molti si sono trasferiti nelle periferie degradate delle grandi metropoli e i pochi rimasti vivevano di espedienti, spesso sfruttati dai fazenderos come manodopera a costo pressoché nullo (molti raccontavano di essere pagati a tazze di riso).

I quilombolas e i loro villaggi  hanno origine durante l’epoca della schiavitù (ufficialmente conclusasi in Brasile nel 1888) e sono costituiti da famiglie Afrodiscendenti. Queste popolazioni sono sempre state dedite all’agricoltura di sussistenza e la loro sopravvivenza era intimamente legata alla foresta e alle ricchezze che questa metteva loro a disposizione.  Nonostante le origini Africane queste popolazioni sono state recentemente riconosciute tra le popolazioni indigene tradizionali del Brasile e sono stati predisposti dallo stato appositi progetti per la conservazione delle tradizioni e degli insediamenti originari. Ai villaggi e ai loro abitanti vengono riconosciute delle terre, sottraendole ai latifondisti,  a condizione che queste siano gestite in forma comunitaria. A tal fine i villaggi devono costituirsi in Associazione per poi assegnare le terre in uso alle famiglie dei soci.

Diversi progetti di ONG Brasiliane e straniere stanno lavorando con le associazioni deli villaggi per affiancare all’agricoltura di sussistenza  opportunità di lavoro legate al turismo di comunità eco-sostenibile e alla produzioni biologiche di frutta e verdura e ad eventuali trasformazioni (succhi di frutta, banana chips, marmellate)

Oltre alle Banane una coltura biologica promossa è quella del succo di palma Jussara, la stessa palma da cui si ricava il cuore di Palma. Questa pianta è protetta dallo Stato poichè in pericolo di Estinzione a causa della raccolta incontrollata di cui è stato oggetto ormai da decenni. Tale piante è difficilmente coltivabile in piantagioni intensive  mentre cresce spontanea e abbondante nel Bosco. Questa palma non emette polloni, come altre specie simili, per cui una volta tagliata per la raccolta del cuore di Palma non ricresce se non da nuovi semi.  E’ importante perciò che la palma raggiunga la fase adulta e che gli animali (soprattutto primati durante l’inverno quando scarseggiano altre fonti alimentari) abbiano modo di nutrirsi dei suoi frutti disseminando poi i semi nella foresta.

E’ interessante notare che quanto può essere ricavato dalla vendita del cuore (la porzione apicale della palma) di una pianta di palma Jussara di una 8-10 anni di età rende l’equivalente della vendita del succo ricavato da un solo casco di frutta (una palma adulta produce diversi caschi ogni anno). Per questa ragione si sta promuovendo la realizzazione di una gestione forestale sostenibile volta alla conservazione di tale risorsa e la valorizzazione in particolare del prezioso succo.

Tali progetti sono ostacolati dall’esistenza di un commercio illegale di cuore di palma che continua ad imperversare nella regione ad opera dei “Palmiteros”. Tale attività e intimamente legata a condizioni di sfruttamento e a reti di affari di stampo criminale.

Ma cerchiamo di capire meglio chi sono i Palmiteros:

Si tratta spesso giovani in cerca di facili guadagni, spesi altrettanto facilmente.  I palmiteros raccolgono la parte apicale della palma, mentre il resto della pianta viene lasciato, ormai morto, in foresta. I cuori di palma grezzi (lunghi 1-1,5 m), raccolti in mazzi costituiti da un centinaio di esemplari, vengono trasportati fuori dalla foresta a dorso di mulo e veduti per pochi Real ad intemediari che a loro volta li venderanno a caro prezzo a ditte specializzate nella loro trasformazione (e che le commercializzeranno come palmito Assaì) o ai ristoranti. I tentativi per promuovere la gestione sostenibile della Palma Jussara  fin ad ora  non sono andati a buon fine se non su proprietà private facilmente sorvegliabili. Infatti non appena le palme, cresciute grazie al lavoro di ripopolamento ad opera delle comunità locali, si avvicinano all’età di raccolta vengono tagliate clandestinamente notte tempo da tagliatori illegali e vendute al mercato nero. Nonostante i ricettatori di cuori di palma non siano particolarmente generosi nel dividere i proventi della vendita dei palmitos, l’attività di raccolta risulta remunerativa almeno fino a quando esiste la possibilità o quantomeno la speranza di trovare popolamenti sufficientemente ricchi di Juçara. Molti giovani rimangono feriti o periscono durante l’attività di raccolta. Una volta partiti per la foresta non si può tornare a mani vuote e se si è sfortunati (il popolamento a cui si era diretti era stato già saccheggiato) o inesperti, l’attività di ricerca può durare anche una settimana. La ricerca si svolge all’interno di zone selvagge non esattamente ospitali, dove è facile perdere l’orientamento. Numerosi sono i casi di raccoglitori mai ritornati e leggende inquietanti sui loro fantasmi sono tra le storie più raccontate la sera dagli abitanti delle comunità Quilombola. A volte, nel folto della foresta, palmiteros di fazioni opposte si incontrano e, armati delle stesse roncole con cui abbattono le palme, si sfidano per il controllo dei pochi territori ancora sfruttabili.

Ho avuto modo di parlare con una madre di un giovane Palmiteros molto preoccupata per il futuro di suo figlio. Spesso questa attività, oltre ai pericoli legati alla raccolta in foresta e agli scontri tra bande, risulta un ponte verso attività illecite e criminali. La disponibilità di soldi da spesso alla testa a questi giovani che li dilapidano in fretta soprattutto in alcol, senza pensare ad investirli in attività e mezzi che possano garantire un futuro a loro e alle loro famiglie.

Risulta quindi chiaro che la realizzazione di una  gestione sostenibile delle risorse naturali in questo contesto non è solo resa difficile dalla necessità di realizzare investimenti per  mezzi e infrastrutture per la trasformazione e commercializzazione dei prodotti della foresta ma anche dalla complessa situazione economica e sociale esistente e dai forti conflitti che ne conseguono nonché dalle influenze e pressioni esterne alla realtà locale. Queste ultime spesso hanno un origine molto lontana dalle foreste abitate dai quilombolas e molto vicine in ultima istanza alle forchette dei cittadini benestanti del Brasile e dei paesi occidentali.

Si tratta di una situazione assai complessa e delicata che mi ha dato molto da pensare e che a ben vedere può trovare molte corrispondenze con situazioni  di marginalità che troviamo qui in Italia e sulle nostre “civilissime” colline.

Martino

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