la tragedia dei beni comuni

Come non citare in questa sede la così detta “tragedia dei beni comuni”, una teoria che ha segnato il dibattito scientifico ma anche le politiche nazionali ed internazionali relative ai limiti delle risorse e alla tutela dell’ambiente degli ultimi 40 anni.

La nota teoria di Garrett Hardin afferma che i beni gestiti in forma comune con particolare riferimento ai terreni sono destinati a fallire per un difetto intrinseco dovuto fondamentalmente al fatto che i benefici di una sovra utilizzazione ricadono sul singolo mentre le conseguenze negative sono ripartite tra tutti gli utilizzatori. L’esempio fornito dallo studioso e quello del pascolo comune: se un pastore porta più bestie di quanto i pascoli possano sostenere il pascolo si impoverisce ma il pastore incrementa temporaneamente la sua produzione. Gli altri pastori che rispettano il numero previsto non hanno vantaggi mentre si divideranno con il pastore “egoista” gli svantaggi di un pascolo impoverito. Questo porterà gli altri pastori a valutare essi stessi la possibilità di incrementare il numero di bestie per avere anch’essi vantaggi immediati e non solo gli svantaggi successivi. In questo modo si innesca un processo di depauperamento progressivo delle risorse e della capacità degli agro ecosistemi di soddisfare le esigenze primarie della popolazione. La soluzione di Hardin è la privatizzazione dei beni comuni, l’unica ed inevitabile risposta in grado di garantire, secondo il noto ecologista, la conservazione di tali risorse.

Gli antecedenti storici della “tragedia dei beni comuni” di Garrett Hardin si fondano sulla gestione dei pascoli comuni in epoca medievale e post-medievale in Inghilterra.

Susan Jane Buck Cox nel saggio “No Tragedy of the Commons” spiega come il concetto di beni comuni diffuso nell’Inghilterra medievale è significativamente diverso dal concetto moderno.

Innanzi tutto bisogna chiarire che i  “common” inglesi non era disponibili al pubblico ma solo a determinate persone che ereditavano o a cui era stato concesso il diritto d’uso, e anche l’uso da parte di queste persone era soggetto a precise regole.

Il tipo di animali e in alcuni casi il numero che ogni avente diritto poteva portare al pascolo erano limitati. Ciò era motivato al meno in parte dal riconoscimento dei limiti di capacità di carico del terreno da parte della comunità. Il declino del sistema di gestione comune fu il risultato di una varietà di fattori che avevano poco a che fare con la validità intrinseca di tale sistema . Tra questi fattori vi erano diffuse violazioni delle norme che disciplinavano la gestione dei beni comuni, riforme agrarie  principalmente volte ad aumentare le quote di terreno di pochi proprietari, il miglioramento delle tecniche agricole, e gli effetti della rivoluzione industriale.

Così il sistema dei “common” tradizionali non è un esempio di una politica di uso del suolo intrinsecamente imperfetta, come è ampiamente ritenuto, ma di una politica che a suo tempo aveva la sua validità, validità venuta meno a fronte di enormi mutamenti storici e di importante pressioni di tipo economico e sociale.

In Italia un caso equivalente agli antichi common inglesi è rappresentato dagli Usi Civici (di cui diremo meglio in altra sede). Simili condizioni riguardano altresì quei beni “caratterizzati da non escludibilità e rivalità nel consumo” come ad esempio i prodotti del bosco (funghi epigei ed ipogei).

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